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Megalopolis

Nel 1940 New York diventa la prima Megalopoli sulla Terra: una City con più di 10 milioni di abitanti. Una Metropoli, invece identifica una città con più di un milione di cittadini. Oggi, sparse per il mondo, ci sono una ventina di megalopoli, una decina -e non poteva essere altrimenti, proprio negli USA.
Il termine “Mega” però, rimanda ad un altro vocabolo, relativo ai cosiddetti Future Studies e cioè “Megatrends” che, in caratteri generali, descrivono i processi in grado di produrre cambiamenti a livello globale sul lungo periodo (anche più di una generazione), spesso legati a fattori strutturali quali: ambiente, demografia, energia, lavoro, innovazione scientifica e tecnologica. E qual’è il termine che, in un certo senso, li racchiude tutti? Avete indovinato: la città. Megalopolis.
Il nuovo film di Francis Ford Coppola (2 Premi Oscar), da poco nelle sale, è, a suo dire, una favola iniziata ben 45 anni fa, mentre scriveva la sceneggiatura per Apocalypse Now (Coppola è autore anche della saga de Il Padrino), che solo adesso dopo aver superato diverse vicissitudini ha portato a compimento.
Il film è un’utopia incastrata tra futuro, il materiale da costruzione, il Megalon, inventato dal protagonista e il passato visto che New York, diviene New Rome, non solo per i nomi (Cesar, Cicero, Crasso, ecc.), per i vestiti e i mònili dal gusto quasi retrò-imperiale; fino alla decadenza, rappresentata dalle enormi statue in marmo che prima si animano per poi cadere a pezzi, e la rinascita con i bozzetti della città futura, da ricostruire dopo una catastrofe, che in realtà non lo è più di tanto.
Il cinema di fantascienza, ci ha più volte mostrato, in ogni aspetto possibile, la città del futuro, mega facce, ma un solo scopo: riuscire a viverci. William Gibson, padre indiscusso del Cyberpunk, disse: «Non scrivo del futuro, scrivo della realtà contemporanea. È in posti reali, senza leggere fantascienza, che mi sono sentito più vicino al futuro, a Singapore, per esempio, a Berlino Est, Hong Kong, Città del Messico. Ovunque la vita sia diventata un’esperienza così estrema che se dovessi viverci io, passerei il tempo urlando» (s.f.).
Vista la situazione attuale, concetto ineccepibile, ma, ed è ciò che si chiede il protagonista -che sembra comandare il tempo, l’architetto Cesar Catilina/A. Driver): «Questa società, questo modo di vivere, sono gli unici possibili?». Certo che no o, quanto meno, forse.
Nel film 2022: i Sopravvissuti: New York è una super megalopoli da 40 milioni di abitanti, le case non bastano più, la gente è allo stremo, dorme dove capita, niente letti, poca acqua, scarsissime risorse di cibo, da una parte e, al solito, di tutto di più per i pochi ricchi… Il capolavoro di R. Fleischer (1973), viene spesso menzionato, soprattutto quando si tirano in ballo le teorie malthusiane. E come non citare, il capolavoro del cinema muto Metropolis (F. Lang, 1927), anche qui, in un futuro distopico (siamo nel 2026, cento anni avanti), un gruppo di potenti industriali governa la città, tiranneggiando sulla classe operaia costretta al continuo lavoro, relegata nel sottosuolo cittadino. Scenografia e fondali suggestivi, futuristici quindi per l’epoca e scene dal ritmo martellante come la famosa sequenza degli operai che si avviano, con l’identico passo ritmato a lavoro, immagine immortalata nel video Radio Gaga dei Queen. Classico esempio di città utopistica è la, anch’essa super megalopoli di Demolition Man (M. Brambilla, 1993), dopo uno spaventoso terremoto, la vecchia Los Angeles ha assorbito le città vicine di San Diego e Santa Barbara, diventando San Angeles, dove si vive, seppur in libertà, con regole assurde, -non è permesso nessun tipo di contatto fisico, sempre divisa in due: sopra i cittadini “modello” e sotto i “ribelli”, nelle fogne. La città degli angeli richiama, ovviamente quella di Blade Runner (R. Scott, 1982), ma anche quella violenta di Predator 2 (S. Hopkins, 1990), o la Detroit di Robocop (P. Verhoeven, 1987), entrambe sotto il dominio dei signori della droga.
E, in questo breve elenco, ma solo per non dilungarci troppo, visto che stiamo parlando della “grande mela”, una menzione, va al film 1997: fuga da New York (J. Carpenter, 1981), dove Manhattan è diventata una città prigione.
Potremmo continuare, perché poi ci sono quelle immaginarie, come le città di Capitol City (saga di Hunger Games), Dark City (A. Proyas, 1988), la Gotham City, della saga di Batman, fino alle simulazioni virtuali come la Los Angeles del 1937 nel film Il Tredicesimo Piano (J. Rusnak, 2000). Ma la fantascienza non è solo “la città”, i suoi must sono anche l’eroe, la donna (quasi sempre da salvare), l’alieno, il robot, il computer e lo scienziato (pazzo o no, fate voi). Volutamente tutto questo non c’è nel film del regista Italo-americano, almeno non nei termini indicati dalla FS, e più che una favola, a tratti sembra una sorta di Grande Bellezza, ma senza l’iperbole del film, premio Oscar, di P. Sorrentino.
Certo c’è l’incredibile materiale inventato dall’architetto che è, se vogliamo, l’unico elemento fantascientifico perché è polivalente, infatti può essere usato indifferentemente come materiale da costruzione, che in medicina e chirurgia come ristrutturazione di organi. Inoltre Coppola, come accennato fa largo uso di bozzetti, furbescamente induce lo spettatore ad immaginare, quindi senza uso di nessun green screen o CGI, che dir si voglia, in un connubio trans mediale tra fumetto e cinema.
Poco da dire infine sulla trama: l’intramontabile gioco a tre, padre-figlia-fidanzato, e le varie lotte, intestine o meno per il potere, con il più classico degli happy end.
Ma l’autore, semina, durante le due e passa ore di visione, una serie di mòniti lungo la strada: «Non lasciate che l’oggi distrugga il per sempre». E se è possibile creare il nostro futuro (il bambino che nasce appunto nel finale, mettendo tutti d’accordo), sei libero solo se «fai un salto nell’ignoto» (intervista a Domenica in).
L’ignoto, ecco il vero Megatrend della razza umana, puerile negare che il futuro è incerto, e non senza rischi, ma è lì davanti a noi, possiamo continuare a sognare, ce lo possiamo (ri)prendere, facendo sì enormi sacrifici ora, per poi magari, afferrare per davvero la Luna.

 

Fonti:
https://www.fantascienza.com/29618/megalopolis-quello-che-sappiamo-per-ora-sul-nuovo-film-di-coppola
https://www.fantascienza.com/30175/ecco-il-nuovo-trailer-di-megalopolis-stavolta-senza-citazioni-false
https://www.fantascienza.com/30256/megalopolis-il-progetto-piu-ambizioso-di-coppola-arriva-oggi-al-cinema
https://www.fantascienza.com/29859/megalopolis-di-francis-ford-coppola-esordira-al-festival-di-cannes
https://www.mymovies.it/film/2024/megalopolis/rassegnastampa/1726248/
https://www.mymovies.it/film/2024/megalopolis/
https://www.comingsoon.it/cinema/interviste/francis-ford-coppola-il-cinema-senza-limiti-il-mondo-senza-confini/n189269/
https://www.comingsoon.it/cinema/interviste/francis-ford-coppola-il-cinema-senza-limiti-il-mondo-senza-confini/n189269/#google_vignette
https://www.comingsoon.it/film/megalopolis/58373/recensione/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/megalopolis-proiettato-per-i-distributori-arrivano-le-prime-indiscrezioni/n176905/
https://www.comingsoon.it/film/megalopolis/58373/scheda/
https://www.comingsoon.it/cinema/news/megalopolis-francis-ford-coppola-e-la-verita-sui-collaboratori-che-ha/n186970/ – google_vignette
https://www.comingsoon.it/cinema/news/megalopolis-un-nuovo-trailer-ancora-piu-visionario-e-barocco-dei-precedenti/n187180/
https://www.wired.it/gallery/20-citta-immaginarie-straordinarie-cinema-serie-tv/

credit:
https://www.mymovies.it/film/2024/megalopolis/poster/0/

Il mondo dietro di te

«Un giorno ripensandoci, ci rideremo sopra, fidati…». A pronunciare le classiche ultime parole famose, presenti però solo nel trailer, è la credibile star, raramente alle prese con una pellicola oltre confine, Julia Roberts, protagonista de Il mondo dietro di te (tit. or. Leave the world behind), scritto e diretto da Sam Esmail, prodotto da Netflix e uscito direttamente in streaming. «Dentro di noi lo sapevamo tutti che questo giorno sarebbe arrivato», è invece la tagline. Il film è tratto dal romanzo omonimo di Rumaan Alam, bestseller 2020, qui anche produttore esecutivo. Si inizia con una visione dallo spazio del pianeta Terra, con il sole che sorge, annunciando una vivida alba, molto simile a quella vista in film come Segnali dal futuro (A. Proyas, 2009), titolo e film citati non a caso, ma lo stesso e il regista, devono molto anche ad altre opere, in particolare a E venne il giorno (M. Night Shyamalan, 2008), non solo per l’angoscia che vi traspare, aumentata da riprese quasi simmetriche e dalla presenza di figure geometriche in antitesi come rettangoli (la piscina) e cerchi (l’aiuola). Diviso in capitoli, ad iniziare da “La casa”, dove si svolge gran parte dell’azione: e dove credi di essere al sicuro prima che due estranei, padre e figlia, in realtà i proprietari, bussino alla porta. Ma la prima scena disturbante è il lento arrivo di una petroliera che  poco a poco, fra l’imbarazzo dei bagnanti, ne assistono impotenti al naufragio sulla sabbia, effetto un po’ forzato perché, secondo logica quest’ultima, dato il pescaggio, si sarebbe dovuta arenare molto prima di arrivare sulla battigia e oltre. Di colpo tutta la tecnologia inizia a non funzionare, l’ipotesi più concreta è all’inizio, quella di un cyber attacco, c’è solo il tempo di ricevere un National Alert, uguale al Presidential Alert di Greenland (Ric R. Vaugh, 2020), con G. Butler, protagonista anche di Geostorm (D. Devlin, 2017). Come nel film di Shyamalan, anche la natura fa la sua parte, oltre ai soliti stormi di uccelli che fuggono nella stessa direzione, di particolare rilievo è il simbolismo dei cervi, quasi inquietanti, presenti, come accennato nel film, nella mitologia mesoamericana, che si avvicinano senza timore agli umani, quasi per un tentativo di comunicazione. Allora «Se non sei paranoico, forse è troppo tardi», e di fatto cadono aerei, prima uno, di cui si vedono i rottami sulla spiaggia, poi un altro, un altro ancora sorvola la zona lanciando volantini in arabo, inneggiando alla guerra contro gli Stati Uniti. «Conoscere gli schemi che governano il mondo, devi saper leggere la curva, se la studi come faccio io, puoi prevedere il futuro». La tensione si impenna, anche grazie ad una regia che nei momenti topici predilige inquadrature con prospettive aberrate; dopo i telefoni in tilt perché evidentemente anche i satelliti per le comunicazioni hanno smesso di funzionare, si sentono esplosioni in lontananza e un forte ronzio, un «frastuono» talmente forte che non serve proteggersi le orecchie, e che suggerisce l’uso di «armi a microonde». Un timido tentativo di fuga dall’incubo di tutta la famiglia, fallisce perché all’improvviso, sulla strada che sembra deserta, si scopre una moltitudine di macchine bianche, tutte uguali e tutte dello stesso famoso marchio, che all’improvviso ti vengono addosso, come in un assurdo videogioco, con il parabrezza come schermo. Eppure è nei dialoghi, -che andrebbero analizzati e sviscerati, più che nelle immagini, dove il film sembra sostenere sè stesso; in uno di questi tra la Roberts e il proprietario della casa, l’attore Mahershala Ali afro-americano, dettaglio da non trascurare, come vedremo, si intravede uno spiraglio: «La congrega malvagia che governa il mondo»; «Nessuno ha il controllo, nessuno muove i fili», ma il senso del discorso che apparentemente sembra complottista, vira in direzione opposta perché anche se ai piani alti possono avere le «informazioni giuste», quando però capitano eventi così nel mondo «persino i più potenti possono soltanto sperare di ricevere una soffiata». Ed ecco che uno schema, appare davvero, Prima Fase: Isolamento; Seconda Fase: Caos Sincronizzato; Terza Fase: Colpo di Stato; poi la guerra civile e il collasso. Fasi fin troppo simili alle famigerate Tre Alternative, proposte dalla Jason Society nel 1957 al Presidente Eisenhower, per una riduzione drastica della popolazione mondiale. «Finzione e/o Realtà»?, -l’interrogativo è mio, ma questo è il titolo del servizio del settimanale della Rai “TV7”(1), a firma di uno dei più famosi giornalisti italiani, Marco Varvello, per anni corrispondente prima da New York, poi da Londra, che usa il binomio che salta sempre fuori quando si ha a che fare con la fantascienza e un possibile futuro distopico. Forse molti non se ne sono accorti, ma fra i titoli di testa del film, tra i produttori, figura anche la Higher Ground, i cui soci fondatori sono l’ex coppia Presidenziale degli Stati Uniti: Barak e Michelle Obama! Il regista ha confermato che Obama stesso «gli ha fornito degli appunti sulla sceneggiatura»(2), mentre nel servizio succitato, ha dichiarato che il film è «un ammonimento su quello che potrebbe accadere». Quindi Varvello, continuando sulle immagini reali di scontri fra manifestanti e forze dell’ordine, snocciola tutta una serie di concetti che non fanno ben sperare, infatti gli «strateghi del Pentagono», sono convinti che la «minaccia esistenziale», creerebbe il «caos», che porterebbe ad una «guerra civile ingovernabile», dove salterebbero le comunicazioni, internet verrebbe disattivata (proprio come accade nel film, nda), attaccato il «sistema di controllo aereo, le centraline digitali di auto, navi, voli di linea…». «La paura e il caos» regnerebbero ovunque, si inizierebbe dal vicino di casa, (ancora come nel film, nda), che improvvisamente diverrebbe il tuo «peggior nemico», fino agli «aspetti strategico-militari» e alla «guerra psicologica simmetrica». In definitiva: «La fragilità della nostra vita quotidiana che va in pezzi». Le scene catastrofiche diventano di colpo molto realistiche quindi, al solito: «Qual’è la verità?». Il momento cruciale di tutta la pellicola è il dialogo di cui sopra. Come sempre, questa è solo la nostra modesta opinione, non siamo d’accordo: «sappiamo che è tutta una bugia», l’ennesimo tentativo di depistaggio, le molliche di pane lasciate per chi ha orecchie per intendere: a parlare è lui! È Obama stesso! Afroamericano come appunto l’attore. Non basta una congiunzione astrale, nè un eclissi totale, nè tantomeno la bandiera a stelle strisce sulla Luna, ormai consumata -da cosa, sè sul nostro satellite non c’è aria?, che possono fuorviare. Non servono dritte, nessun suggerimento alla sceneggiatura e al regista, è tutto ben visibile, per l’ennesimo tentativo d’informare in modo indolore, da parte di quello che è stato per otto anni l’uomo più potente del mondo e -credo di non essere il solo, colui che sapeva fin dai tempi del College che sarebbe diventato Presidente, lo stesso che, probabilmente, è stato due volte su Marte… Il mondo dietro di te, è niente più e niente meno, quello che si lascerà alle spalle il Nuovo Ordine mondiale!

Nota dell’autore:

Dove non specificato le citazioni sono tratte dal film.

Altre fonti:

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The Creator

«Come posso essere utile?».
È quello che chiede, servizievole, uno dei robot intelligenti, fatto a immagine e somiglianza degli uomini alla sua padrona, una delle tante lattine come le chiama Will Smith, protagonista del film I, Robot (A. Proyas, 2004), mentre la luce in pieno petto da rossa (pericolo), diventa di nuovo azzurra. Certo non siamo dalle parti di Matrix -ricordate il tormentone pillola rossa o pillola blu?, ma ci sono indubbiamente delle affinità, oltre alla Matrice e ai programmi senzienti -gli agenti in nero, c’è, come in Matrix, l’Architetto che ha creato l’A.I. e l’arma finale.
Dalla bomba di Oppenheimer alla bomba, che nel film esplode nel futuro postatomico, anche se effettivamente non si capisce se a lanciarla sono le A.I. -che vivono in oriente pacificamente con gli asiatici, nella Los Angeles del 2055.
Scritto e diretto da Gareth Edwards, già regista di Rogue One (2016), uno dei migliori, nuovi film spin-off, di Star Wars, Godzilla (2014) e che ha esordito nel 2010 con Monsters, un film low budget, ma davvero ben realizzato per essere un’opera prima. Intervistato, il regista inglese, ha affermato che il film: «Ha seguito traiettorie produttive decisamente diverse rispetto agli standard di analoghi prodotti hollywoodiani»(1) e a convincere la produzione a non utilizzare il green screen, ma effettuare le riprese in location vere.
Sebbene «Le sue AI sono al contrario dei robot, un tòpos ormai vintage nella fantascienza, e rappresentano “l’altro”, il diverso da noi, che ci fa tanto più paura quanto più è esotico. Non a caso vengono accolte in Oriente ed è contro gli asiatici che gli americani tornano a fare la guerra, come ai tempi del Vietnam, con tanto di bombardamenti, assalti a villaggi e fucilazioni»(2).
Come Skynet, la A.I. della saga di Terminator, la W.I.K.I. del già citato I, Robot, ma anche il film omonimo (2001) di Spielberg e, per certi versi Il mondo dei robot (M. Crichton, 1973), le angosce dei due Blade Runner, ma anche di Trascendence (W. Pfister, 2014), e soprattutto le paranoie delle Unità Centrali (CPU) come HAL di 2001 e di Generazione Proteus (D. Cammell, 1977), passando per War Games (J. Badham, 1983), dove si arriva sull’orlo di una Guerra Termo Nucleare Globale, il film di Edwards, analizza il tutto sia concettualmente che all’atto pratico, realizzando un prodotto quantomeno dignitoso.
Qui l’arma definitiva, è una bambina, un “Simulat”, non un semplice «copia e incolla», -ogni robot è solo un involucro senza coscienza, ma ottenuto con la scansione di un embrione umano, si chiama “Alfa O.”, cioè “Alfa e Omega”, chiaro riferimento al film L’altra faccia del Pianeta delle Scimmie (T. Post, 1970), non solo perché anche qui il protagonista si chiama Taylor, come C. Heston, ma perché, nel finale, egli crea l’Apocalisse, facendo esplodere l’arma più potente mai costruita, appunto la bomba definitiva, che ha, sulle alette le due lettere dell’alfabeto greco “A” e “Ω”.
Ma anche gli esseri umani hanno costruito una nuova arma, una sorta di stazione spaziale, -un’enorme astronave, che incombe come una minaccia ovunque essa si trovi, il suo nome è Nomad, che potrebbe significare “nomade”, data la sua natura errante, ma in realtà significa: “North American Orbital Mobile Aerospace Defense”.
Come non pensare quindi al vero NORAD (=North American Aerospace Defense Command; in italiano: Comando di Difesa Aerospaziale del Nord-America), un’organizzazione congiunta del Canada e degli Stati Uniti, formata da una serie di stazioni radar, che dal 1958, fornisce un quadro di insieme sulla situazione (natura, posizione, direzione e velocità) di ogni oggetto volante nell’ambito aerospaziale del Nord America (Wikipedia).
Oltre alla tecnologia avanzata, c’è anche una forte impronta spirituale, non solo per la presenza di monaci buddisti robot, ma per il termine Nirmata, che è la parola con la quale gli umani definiscono il nemico. Deriva dal nepalese e significa “creatore divino”, The Creator, appunto.
Se nel film di Proyas I, Robot, Sonny suicida il suo creatore, da questi programmato allo scopo, quindi senza l’impostazione delle tre “Leggi della Robotica” sviluppate da Asimov, qui si assiste al ribaltamento dei ruoli. La bambina, programmata per crescere, imparare ed evolvere, può piangere e qui il riferimento è a Terminator 2 (J. Cameron, 1991), quando il ragazzino John Connor, affezionatosi al cyborg (tecnicamente nel film di Edwards, anche il protagonista, sebbene umano, ha un braccio e una gamba artificiale è, di fatto un cyborg), che piangendo, lo supplica di non terminarsi, per sentirsi rispondere: «Ora capisco perché piangete, ma io non potrei mai farlo». Citazione semplice, ma efficace perché ha tutto di umano, in qualcosa che umano non è, ed è questa la sfida, da accettare o meno. «Non riuscirete a sconfiggere le A.I. È levoluzione».
Paul Virilio uno dei massimi pensatori del secolo scorso -teorico culturale ed esperto di nuove tecnologie, ebbe a dire(3) che le nuove tecnologie, come tutte le tecnologie, introducono un incidente specifico: inventando il treno si é inventato il deragliamento, inventando laereo lo schianto al suolo, inventando la nave il naufragio, ecc. Se il concetto all’epoca, fu riferito alla Realtà Virtuale, confluita poi nella Realtà Aumentata, siamo perfettamente consapevoli a cosa porterà lo sviluppo delle A. I. Che la si chiami Singolarità o con un altro termine, nel momento in cui la macchina prenderà coscienza di sè, aprirà sì nuovi scenari per la specie umana, ma la strada verso il futuro sarà sempre piena di ostacoli e, comunque quello che ci attende all’orizzonte resta sempre, il nostro, un Destino Oscuro.

Note:

3. Paul Virilio, in Virtual” nº 8, Aprile 1994.

Fonti:

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